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_La New Economics Foundation di Londra esplora il giusto valore dello stipendio.
“Le stesse opportunità. E lo stesso salario. Se veramente ci credi, sei proprio fuori di testa” cantavano gli Style Council all’epoca dellaThatcher. In quell’epoca che sembra preistoria nacquero i mercati finanziari globalizzati privi di regole ed altamente creativi, maestri nella vendita del nulla ai polli in batteria del denaro facile.
Fino al prossimo crollo di Wall Street.
La globalizzazione ha portato anche l’impressionante crescita dei salari pagati ai manager delle multinazionali. Secondo l’Economist, in dodici anni (1998-2010), il rapporto tra i salari dei supermanager delle aziende quotate nella borsa londinese e quello medio è cresciuto  da 47 a 120 volte. In un’economia altamente integrata la logica di mercato  spinge le grandi aziende a cercare i migliori manager a suon di milioni. Ma sono davvero i migliori? E come vengono realizzati i profitti? Quali costi sociali ed ambientali si nascondono dietro i bilanci aziendali? Siamo sicuri che il lavoro di una maestra d’asilo valga meno rispetto a quello di un pubblicitario?
Uno studio di fine 2009 della New Economics Foundation (“A Bit Rich”, che può essere scaricato cliccando sul titolo) cerca di rispondere in modo scientifico e non ideologico a queste domande, giungendo a conclusioni sorprendenti. Per esempio, un commercialista distrugge 47 sterline per ogni sterlina prodotta, mentre un operatore di asilo nido procura quasi 10 sterline di benefici economici per ogni sterlina di stipendio.
Sappiamo istintivamente che ciò è vero. Uno spazzino produce dei benefici immediatamente tangibili. Al minimo, toglie a ciascuno la fatica di dover provvedere alla pulizia delle strade intorno a casa (per quanto in certe parti d’Italia non guasterebbe che i cittadini si attivassero) e di dover smaltire i propri rifiuti. Ma come quantificare questi benefici in un modello economico che abbia senso?
Dal punto di vista teorico lo studio mette in discussione la visione ortodossa di un salario legato unicamente alla produttività, prendendo in considerazione gli effetti sociali ed ambientale dell’attività svolta da alcune categorie tipiche del mondo londinese.
Sotto esame sono sei professioni, tre di altissimo profilo e salario: il banchiere della City, il grande commercialista, il responsabile pubblicitario; e tre di basso livello e bassi guadagni: l’addetto alle pulizie, l’operatore di asilo e l’operaio di un impianto di riciclaggio.
Ogni attività umana, che si tratti di produrre yogurt o di cantare la ninna-nanna ai figli ha un costo legato ai fattori di produzione: nel caso dello yogurt, il prezzo del latte, dei macchinari, dei lavoratori, del trasporto del prodotto, della pubblicità, a cui si aggiunge, naturalmente il margine di profitto. Ci sono però altri costi, come le malattie dei lavoratori, la produzione di rifiuti o le emissioni di gas tossici, che non compaiono nei bilanci delle aziende, a meno che lo stato non lo imponga sotto forma di tasse (per esempio i contributi sociali) o di regolamentazione (obbligo di trattare i rifiuti tossici).
La ricerca del profitto spinge le aziende a ridurre i costi e, spesso, alla tentazione di trasferire i costi sociali ed ambientali sulla collettività. Non c’è ricompensa per curare la natura o il benessere dei lavoratori. E così gli stipendi dei manager crescono per ricompensare profumatamente il loro impegno a massimizzare i profitti.
Dall’altro lato è innegabile il valore sociale di un addetto alle pulizie in ospedale, che protegge la salute degli infermi e i bilanci sanitari. Eppure il suo salario è infimo, qualcosa come 7 euro all’ora nel Regno Unito.
Un operatore di asilo nido porta a casa meno di 1000 euro al mese. In Gran Bretagna, ma non solo, è una professione che attira ragazze giovani, poco pratiche nel trattare i pupi anche se, speriamo, piene di entusiasmo. Si tratta di un’attività essenziale per la società. L’asilo nido permette alle donne di proseguire nella propria carriera, restando membri produttivi della società. Un bambino ben curato dall’infanzia incorrerà nel futuro in minori rischi di disadattamento, abbandono della scuola, criminalità e miseria. Lo studio sottolinea, per esempio, che in Svezia, dove il 70% delle mamme lavora grazie a una rete di asili nidi organizzata dallo stato, solo il 4% dei bambini vive in povertà. La percentuale in Gran Bretagna è oggi uno sconvolgente 30% (era il 10% nel 1979, all’inizio dell’era Thatcher), una delle peggiori nel mondo industrializzato.
Vediamo cosa accade al responsabile di un’azienda pubblicitaria, il cui salario parte da seicentomila euro e può superare i dieci milioni annui. La pubblicità presenta alcuni aspetti positivi, stimola i consumi e quindi l’attività economica, ma questi sono ampiamente controbilanciati dai danni causati dalla creazione di bisogni inutili, dalla corsa sfrenata allo status fomentata dall’invidia, che alimenta insoddisfazione e frustrazione, oltre che da un intollerabile spreco di risorse. Alla fine, per ogni sterlina prodotta, ben undici finiscono in cenere.
E che dire di un commercialista? Uno dei migliori si vanta di aver aiutato un suo cliente a vendere la sua azienda per 1,5 milioni di euro pagando 10.000 euro di tasse, ovvero sottraendo legalmente fondi che potrebbero essere utilizzati per erogare servizi essenziali alla collettività.
Lo studio sfata numerosi miti. E’ importante accennare a un fatto che sembra banale. Ciò che offende le persone, e che conduce spesso al crimine, alla violenza e ad altri gravi problemi sociali, proprio come accaduto in Inghilterra la scorsa estate, non è tanto la povertà assoluta, quanto la percezione della disuguaglianza.
Che fare? “A Bit Rich” conclude con una serie di proposte che non vengono dal Capitale di Marx, ma che facevano parte del programma di ogni partito di sinistra europeo fino agli anni ottanta. Alcune di queste chiedono di fissare un massimo differenziale tra gli stipendi, basato sul valore sociale del lavoro; di tassare progressivamente i ceti benestanti; di utilizzare la leva fiscale per fare in modo che i prezzi riflettano anche il valore sociale ed ambientale dell’attività economica.
Alcune proposte non sembrano tenere conto della realtà economica, in cui la forza della globalizzazione sovrasta la capacità dei singoli stati di tenerla a freno. Ciò nonostante, la New Economics Foundation ha il merito di ribaltare la gerarchia delle professioni, restituendo al lavoro il suo originale significato di attività sociale che non si esaurisce unicamente nella ricerca del profitto. Da questo, in conclusione, potrebbero ripartire i governi per impostare politiche che restituiscano maggiore equilibrio e quindi benessere alle società occidentali.

Pubblicato su Max Keefe 18, gennaio 2012.

La New Economics Foundation
(clicca il link sul nome) è stata fondata nel 1986 in Gran Bretagna dai leader del “The Other Economic Summit”, forum alternativo al G7.
Rispettato think-tank, produce studi sulle possibilità di un nuovo modello di creazione della ricchezza, basato  su uguaglianza, diversità e stabilità economica. Tra le idee “la banca del tempo”, “l’indice del pianeta felice” e “la settimana di 21 ore”..

 
 
State pensando che l'unica alternativa alle banche siano gli strozzini? Pensateci meglio. Ci sono delle alternative che stanno emergendo rapidamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna per far incontrare possibili finanziatori con persone che hanno bisogno di credito. E' il credito P2P. Leggete come funziona in questo articolo di New Scientist (solo in inglese): Bank says no-ditch-the-bank--borrow-from-the-crowd.html