Questo post ha un conflitto d'interesse latente. Silvio è un amico e come tale ha avuto il privilegio di scavalcare la pila dei libri che sto leggendo. E poi, come si fa a fare una recensione ad un amico? Proviamoci cominciando a dire che si tratta di un giallo un po' particolare, protagonista un investigatore privato di Roma in cerca di una frase. Aurelio Schiavi, scrittore raffinato e di grande talento, è morto improvvisamente lasciando un romanzo incompiuto. La sorella Amalia, sua agente e promotrice, incarica Paolo Veronese, più a suo agio con i pedinamenti di adolescenti inquieti e di mariti infedeli, di trovare il finale perduto. La sua indagine si muove tra critici letterari gelosi, amicizie disinteressate, adolescenti turbanti, in un continuo gioco di citazioni e di rimandi, fino all'inaspettata soluzione, nascosta appunto in una frase. Romanzo breve, denso di una sottile ironia e di un compassato ardore vitale, elegante nella scrittura senza inutili preziosismi formali, è un ottimo esordio. Peccato forse per la brevità, che non consente di sviluppare pienamente i vari personaggi, peraltro ottimamente abbozzati (vedi la terribile femmina Isabella) e per una conclusione forse troppo affrettata per essere pienamente goduta, come meritererebbe.
Il giallo del 1999 è stato seguito da una seconda avventura di Paolo Veronese, intitolata "Le porte dell'inferno" (2001), entrambi pubblicati da Fazi editore.