Recensioni di Max Keefe
Margherita Dolcevita di Stefano Benni
_Margherita è una ragazzotta di 14 anni che vive tra campagna e città, con una famiglia di strambi personaggi: la mamma a forma di bustina da tè, il papà che aggiusta vecchi oggetti, il nonno che beve detersivi per abituarsi ai veleni e che balla ogni sera con una fantasmessa, due fratelli l'uno esatto opposto dell'altro: Giacinto, violento mascolo per cui esiste solo il calcio ed Eraclito, bambino filosofo ed inventore.
Grassottella, non particolarmente brillante a scuola né in amore, Margherita ha però fantasia, sensibilità e capacità di discernere le persone. Per questo è amica di Darko, un ragazzo rom che lava i vetri. Tra i suoi pochi amici di Margherita, una misteriosa creatura, la Bambina di polvere, che forse tanto immaginaria non è. Il suo mondo, che non è né bello né fatato, ma scorre con una sua piacevole naturalezza, viene sconvolto dalla costruzione di una strana villetta a forma di cubo nero, circondata da un giardino di erba e fiori sintetici. I vicini, i signori Del Bene, sono gentili e premurosi e forniscono ai genitori di Margherita preziosi consigli per come vivere meglio: li costringono ad acquistare un televisore ultrapiatto da ottanta pollici, regalano videogiochi giapponesi ad Eraclito, e convincono il papà a dare vita ad una nuova più redditizia attività. In breve tutti sono stregati dai nuovi vicini. Solo Margherita ne resta immune e con l’aiuto di Eraclito, che sospetta qualcosa tra un videogico e l’altro, intraprenderanno una pericolosa avventura volta a scoprire il mistero. Cosa si nasconde nel cubo nero? Che cosa fa davvero il signor Del Bene? Qual è la società che intende costituire con il papà? Scritto nel 2005, è una classica storia alla Benni, ricco di trovate linguistiche e di crudeli pennellate sulla nostra società sempre più malata di consumismo. Niente di veramente nuovo, però. I personaggi sono un po' sempre gli stessi: ragazzi ingenui ma non troppo, anziani che conservano la saggezza dei tempi passati, adulti che vogliono imporre il loro mondo nuovo anche se questo non sarà necessariamente più felice del precedente. Si legge con tensione crescente fino alla conclusione letteralmente pirotecnica e molto ambigua, che si può leggere in modi diversi. Piacevole e realisticamente amaro, Margherita Dolcevita è un altro invito a resistere dal mio impegnato (si dice ancora?) degli scrittori italiani. Leggi l'inizio direttamente nel sito di Stefano Benni. Leggi anche la mia recensione su Pane e tempesta. 6 gennaio 2011 Il sorriso di Angelica di Andrea Camilleri
_Ci sono pochi punti fermi nella vita italica. E non si discutono. Non parliamo del papa in televisione (prezzemolo pure indigesto) né della mamma (che punto fermo lo è ma non è di lei di cui si parla qui), bensì del fatto che ogni sei mesi, o giù di lì, esce un nuovo romanzo del commissario Salvo Montalbano.
Il libretto blu della Sellerio appare all’improvviso in libreria in simpatici mucchietti ammiccanti. Sappiamo già cosa c’è dentro: si comincia col risveglio mattutino di Montalbano, con o senza l’insopportabile Livia a lato (sono l’unico a desiderare che Livia sparisca per sempre?), l’incomprensibile telefonata mattutina di Catarella che annuncia il nuovo crimine, le discussioni con Mimì Augello e Fazio. Tra una mangiata da Enzo e una passiata al molo per digerire, Montalbano cerca di risolvere il mistero con logica e pazienza, sforzandosi soprattutto di tenere lontani il questore e i giornalisti infidi, e di combattere in questo modo anche la ossessione crescente per la morte. Per un poliziesco ambientato in Sicilia, poca violenza, poco sesso (sempre sussurrato se non sublimato) mentre la mafia resta quasi sempre nell’ombra. Semmai, e questo rivela qualcosa anche di Camilleri, il vero pericolo per il commissario è la politica, rappresentata in passato da agenti deviati dei servizi e da politici corrotti e costantemente dal questore Bonetti-Alderighi, simbolo del burocrate dal doppio cognome con mille connessioni nei palazzi che contano. Il sorriso di Angelica non aggiunge né toglie nulla al personaggio, ma è come sempre di piacevole e rapida lettura.Un ladro geniale sta derubando una dopo l’altra le case di alcuni noti professionisti di Vigata. Non si tratta di un criminale comune, e i suoi veri motivi verranno poco a poco alla luce. Nel corso dell’indagine Montalbano incappa in una splendida trintina, Angelica, una delle derubate, che materializza i suoi più sfrenati sogni adolescenziali, quelli legati all’Orlando Furioso di Ariosto, che però costituirà una cocente delusione. Un giallo all’inglese, se vogliamo, ambientato tra ricchi signori, tra lussuosi appartamenti sistemati però in orrendi complessi residenziali, perché questa è la Sicilia degli abusi edilizi, non la campagna del Surrey. E’ una storia che scorre bene rispetto al precedente La caccia al tesoro, dove già a metà strada si capiva chi era l’assassino e si conclude, naturalmente, con la risoluzione dell’indagine che però non placa la crescente amarezza del poliziotto, consapevole che gli anni che gli rimangono sono pochissimi. Non a caso Camilleri ha già scritto e consegnato il romanzo conclusivo della serie, dal titolo provvisorio Riccardino. 16 gennaio 2011 _Freakonomics di Steven Levitt e Stephen Dubner
_Un classico del 2005, a cui è seguito Superfreaknomics nel 2009. Un'economista fuori dagli schemi (che non sa nulla, per sua stessa ammissione di modelli macroeconomici, di borsa e degli effetti della tassazione sull'economia) esplora come il mondo funziona davvero. Un libro che stupisce per le risposte controintuitive a domande bizzarre come, ad esempio, cosa hanno in comune il Ku Klux Klan e gli agenti immobiliari?
A me sono venute in mente varie domande: gli sbagli degli arbitri di calcio sono nella media umana oppure c'è qualcosa di perverso? La televisione è in grado di far cambiare opinione o, meglio detto, una bugia ripetuta mille volte può diventare verità? Una villa con giardino porta la felicità? Più idee su: www.freakonomicsbook.com/ 30 dicembre 2010 |
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
_Un libro da leggere in treno o sulla spiaggia. Pagine che scorrono facilmente, anche se i temi trattati non sono certo leggeri: gli incidenti che segnano una vita, la solitudine, la difficoltà di crescere, l’anoressia. Una facilità di scrittura, essenziale ed efficace anche se sostanzialmente piana, senza particolari estri. La storia di Alice e Mattia è quella di due inguaribili solitari che si amano ma non riescono mai ad unirsi, metafora estrema forse di altre più comuni solitudini contemporanee. Un buon esordio per uno scrittore giovane ma un romanzo che lascia ben poco. Scorre bene come l’acqua ma come l’acqua disseta ma non nutre. Attendiamo la seconda prova con una certa fiducia.
28 novembre 2010 L'arte di correre di Haruki Murakami
_Se amate la corsa, lasciate perdere questo libro. Se pensate che i giapponesi siano un popolo di maniaci introversi e masochisti, avrete la conferma dei vostri pregiudizi. Se, come me, amate Murakami, non vi sorprenderete più di troppo.
“Di che cosa parlo quando parlo della corsa”, il titolo dell’originale giapponese dice più o meno questo. In poco più di un centinaio di pagine uno dei migliori autori contemporanei utilizza la sua passione per correre per parlare di sé stesso, dei momenti cardini della sua vita, dall’epoca in cui gestiva un bar a Tokyo al momento dell’affermazione come scrittore. Un libro che, a suo modo, ci permette di scendere nella mente di uno scrittore originale ma forse con qualche problema di relazione con gli altri. La lettura provoca infatti una crescente sensazione di gelo, come stare chiusi dentro un ufficio illuminato da una luce al neon con piante di plastica. Si ha l’impressione di una persona che viva nel vuoto più assoluto. Nonostante corra in posti esotici come le Hawaii, ci racconti della sua impresa in Grecia sulle orme di Fillipide, Murakami non sembra vedere e sentire nient’altro che sé stesso: non vede i paesaggi che scorrono, non vede (quasi) gli altri e non parla praticamente con nessuno, non corre in compagnia, si accorge a malapena dell’evolvere delle stagioni a Boston. Sembra che il piacere della corsa sia per Murakami quello di mantenere un ritmo della vita scandito da un libro e una maratona all’anno. Una specie di orologio svizzero in cui tutto è programmato e perfettamente oliato. La maniacale precisione delle descrizioni, prive però di calore umano, la monotonia dell’esperienza atletica lasciano sconcertati chi invece crede che correre sia un’avventura dentro e fuori di sé, in cui il corpo si nutre dei paesaggi, delle strade bianche di campagna, delle piste ciclabili, degli acquazzoni improvvisi, come della compagnia di altri corridori. Rifacendo una vecchia battuta, chiedereste “andreste a correre insieme a Murakami?” Ma dubito che una persona così asociale abbia davvero voglia di condividere un’esperienza così umana. 18 agosto 2010 The Uncommon Reader by Alan Bennett
_L’insolito lettore o, per meglio decifrare il gioco di parole che si nasconde nel titolo, il lettore non plebeo, non è altri che la Regina Elisabetta II che, dopo cinquant’anni di leale adesione ai suoi doveri di monarca, scopre per il caso il piacere della lettura finendo per sovvertire gli immutabili ritmi della vita di corte.
Non si è mai visto una regina che legge, tanto più che, con l’entusiasmo del convertito, Elisabetta tende di diffondere l’amore per la lettura tra i cittadini britannici, con risultati comici se non imbarazzanti. Nel suo viaggio nel profondo dei libri, Bennett fa subire alla regina anche qualche salace delusione, come quando Elisabetta invita a palazzo gli scrittori e scopre che non sono né interessanti né divertenti (il che è probabilmente la realtà). La corte ed il Primo Ministro fanno di tutto per scoraggiare quest’insana passione (“una regina non ha hobby. Gli hobby dividono il popolo”) finendo per essere sconfitti dalla caparbia Elisaabetta con un ultimo colpo di grande teatro. Un libriccino molto piacevole, con un inglese molto scorrevole e un umorismo inconfondibilmente britannico, che dice più di una verità sui libri, sugli scrittori e sulla monarchia inglese. PS: Grazie a Nathalie per avermelo passato. 17 agosto 2010 Forte, molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer
_Il secondo romanzo del giovane scrittore americano (nato nel 1977 a Washington), pubblicato nel 2005, è anche uno dei primi ad utilizzare l’attacco terrorista dell’11 settembre come sfondo della vicenda.
Troviamo come protagonista un bambino di 9 anni, Oskar Schell, e la sua confusa, ossessiva e vana ricerca del padre, morto nell’attentato, e di cui conserva, sul nastro della segreteria telefonica, la testimonianza dei suoi ultimi minuti di vita. La ricerca parte anche da una solitudine irreparabile: il sensibile e maturo Oskar non ha amici e il suo rapporto con la madre è paralizzato dalla gelosia del bambino e dall'incapacità della donna di comprenderlo. La ricerca di Oskar parte da una chiave nascosta all’interno di una busta con un biglietto che porta solamente il nome “Black”. Indeciso sul significato da dare a questo ultimo messaggio del padre, Oskar decide di visitare tutti gli abitanti di New York di cognome Black, in un’odissea contemporanea che lo porta ad entrare in contatto con gli straordinari comuni personaggi di una città fuori dell'ordinaria. La sua vicenda s’intreccia con quella dei suoi nonni paterni, emigrati dalla Germania e anch’essi segnati dai tragici eventi della guerra. Un libro ricco di citazioni, riferimenti, stimolazioni, anche visive, che spesso commuove, grazie a uno stile che riesce ad attraversare con efficacia i diversi stati emotivi dei suoi personaggi, sottolineato anche dal doppio registro utilizzato: mentre infatti Oskar racconta in prima persona, i nonni parlano della loro vita in forma epistolare. Un romanzo senz'altro riuscito in gran parte anche se il suo forte contenuto emotivo viene diluito dalla sua eccessiva lunghezza. Appare anche un po' confusa la storia dei due nonni. Il personaggio di Oskar potrà sembrare in alcuni momenti artificioso (possibile che se ne vada per conto suo per New York per ore ed ore?), eccessivamente adulto in altri momenti, ma a mio parere Safran è riuscito a penetrare in modo convincente la complessa e conflittuale personalità di un bambino segnato da un trauma più grande di lui e disperatamente bisognoso di amore. 24 novembre 2010 |
La Bibbia di Autori Vari
_Dareste un simile libro a vostro figlio?
Antico libro di miti pastorali di un’oscura popolazione seminomade mediorientale vissuta nel primo millennio a.C., considerata gli antenati dell’attuale popolazione israeliana. Rispetto ai miti creativi di altri popoli tribali e primitivi, è piuttosto truculente, con rari momenti di poesia. Non consigliato ai bambini sotto i 14 anni, visti i racconti angoscianti e senza speranza. In breve, narra la sconsolante vicenda di un certo Jahvé, dio irrazionale e crudele, che crea per noia l’universo e si trova impegnato in una guerra eterna con un dio altrettanto feroce, chiamato Lucifero o Satana, con in palio le anime di essere imperfetti e inferiori come gli uomini. Invece di allearsi con le sue creature, non in grado per costituzione di comprendere la disputa, Jahvé si diverte a tormentarli con punizioni, divieti, tsunami, palle di fuoco e la perenne minaccia di finire all’inferno se non ubbidiranno a tutti i suoi capricci. Come prima cosa, Jahvé punisce il primo uomo e la prima donna, a quello stadio poco più di bambini di sei anni, con un’eternità di sofferenza per aver mangiato una mela; pur essendo onnisciente non impedisce l’omicidio di Abele; fa scherzi atroci ad Abramo chiedendogli per finta di sacrificare l’unico suo figlio; compie stragi di omosessuali e stranieri, compresi i legittimi abitanti della Palestina; abolisce l’unica lingua universale a causa di una torre e quando si stanca degli uomini distrugge tutto con un diluvio universale. Tra una punizione e l’altra, non si preoccupa in nessun momento di alleviare sofferenze inutili (cancro, fame, guerra, schiavitù), anzi sembra sempre felice di fomentare la discordia tra i popoli, soprattutto se qualcuno tocca il suo popolo di raccomandati. Promuove inoltre il suo culto in templi con accesso a pagamento. Di tanto in tanto manda messaggi confusi a vegliardi chiamati profeti. Incredibile a dirsi, questo libro modesto viene tuttora letto da un insospettabile numero di persone, anche di ottima intelligenza, e presentato anche ai bambini fin dalla più tenera età, come una sorta di guida per la crescita, nonostante le possibili conseguenze negative sullo sviluppo affettivo, relazionale e sessuale. Decisamente migliore il sequel, chiamato il Nuovo testamento oppure il Vangelo, che in greco significa “la buona novella” e che sembra offrire qualche motivo di speranza. Questa sezione racconta la vita di un uomo di nome Gesù il Nazzareno, vissuto nel primo secolo in Palestina, e che praticava un radicale messaggio di amore per il prossimo, e per tale motivo assassinato dai sacerdoti del tempo. Si tratta di un raro caso in cui il numero due è assolutamente superiore all’originale. Molto apprezzato all’uscita, il Vangelo è oggi purtroppo largamente ignorato dai più rispetto al più semplice e talebanico antico testamento. 5 febbraio 2011 Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe
_Cosa potrei aggiungere, che non sia già stato detto, su uno dei classici dell’avventura e del mistero? Che forse basterebbe l’enigmatica conclusione per giustificare il fascino di questo romanzo immortale. Nella loro folle corsa verso il Polo sud, che cosa hanno davvero visto Gordon Pym e Dick Peters? Chi era la figura bianca, smisuratamente più grande di qualsiasi abitante della terra, con il colore della pelle del bianco assoluto della neve? E perchè Gordon Pym muore poco dopo il ritorno, prima di rilasciare alle stampe i due ultimi capitoli delle sue avventure (in cui avrebbe dovuto raccontare presumibilmente il suo incontro con la figura ed il suo ritorno a casa) mentre Dick Peters resta in vita? Ho un’ipotesi da testare sulla figura di Dick Peters, che è quasi il vero protagonista del romanzo, quello che accompagna senza paura e senza esitazioni Gordon Pym fino alla fine. Ed anche oltre. Una figura demoniaca e virgiliana.
12 luglio 2010 I terribili segreti di Maxwell Sim di Jonathan Coe
_Maxwell Sim mi sta simpatico. E’ una persona ordinaria, l’amico sfigato
ma buono, quello che non ha un grande lavoro, legge poco o per nulla e
un giorno vi manda un SMS per dirvi che la moglie se ne è andata.
Maxwell è un po’ tutti noi, nei suoi alti (pochissimi) e bassi (troppi), nella sua impossibile relazione con il padre, nel suo amore per la voce sintetica del navigatore satellitare: ricorda i nostri incubi quotidiani. Il nuovo romanzo di Jonathan Coe forse delude rispetto ai precedenti. Meno denuncia politica (La famiglia Winshaw), meno sarcasmo sociale (La banda dei brocchi), meno intimismo (Prima che la pioggia cada), resta la struttura, sempre complessa e perfettamente controllata, con molteplici storie che si intersecano e confluiscono in un’unica organica sinfonia. Maxwell è un modesto impiegato di un grande magazzino in una cittadina di provincia inglese. E’ il simbolo della mediocrità. Neanche i suoi sogni hanno spessore. Lasciato dalla moglie e dalla figlia a cinquant’anni, cade in depressione, anche per l’assenza di amicizie degne di questo nome e di una famiglia alle spalle. Dopo sei mesi passati in aspettativa, decide di partire per l’Australia per ritrovare suo padre, con cui passa settimane di assoluto mutismo. Al ritorno, accetta un’offerta per fare l’agente di vendita di una ditta di spazzolini ecologici. Il suo viaggio verso le Isole Shetland è costellato di incontri con l’ex moglie, la figlia, l’amica sogno proibito dell’adolescenza, i vicini del padre, tutte persone che gli permettono di ricostruire, tra esilaranti scenette, un quadro più reale della sua vita. Le terribili delusioni subite e l’identificazione di Maxwell con il navigatore solitario Donlad Crowhurst, che nel 1969 fece finta di partecipare a una regata intorno al mondo, ingannando tutti, e poi finì suicida, fanno a pezzi la fragile psiche del protagonista, privo di qualsiasi certo riferimento, proprio come fosse in mare aperto. Scampato alla morte per assideramento, Maxwell prosegue nel suo cammino di scoperta e di rinascita, con un finale sorprendente e, forse un po’ pretenzioso. Una piacevole lettura, splendidi dialoghi, grande capacità di Coe di cogliere le assurdità della vita contemporanea e la terribile solitudine che riveste le vite delle persone ordinarie, ottimamente documentato come sempre nelle scene di contorno, Maxwell è un personaggio che sentiamo caro e anche per questo è incomprensibile la fine che subisce ad opera dello scrittore, entrato nel romanzo come un Deus ex machina incerto su come proseguire. Francamente, però, ho preferito “La pioggia prima che cada” per il tentativo di Coe di innovare stile e contenuti. Qui, siamo nell’ibrido tra intimismo e denuncia. Non è né l’uno nell’altro: un po’ di tutto. Abbastanza per un sano divertimento, non molto per meritare un posto d'onore in biblioteca. 20 luglio 2010 |